medicina tradizionale cinese, al microscopio
L’AGOPUNTURA FUNZIONA, ANCHE SE SIMULATA

La ricerca indaga su una questione a lungo dibattuta: gli effetti positivi dell’agopuntura nel contrastare il dolore cronico e la nausea sono dovuti alla pratica in quanto tale o sono determinati dal condizionamento psicologico del paziente? Studi clinici indicano che l’agopuntura è utile, anche quando è simulata

Caterina Cenci

Funziona, almeno per chi ci crede. E così l’agopuntura trova sempre più spazio in occidente. In Italia, nonostante l’attuale mancanza di una legislazione unificata (di recente è stato presentato un disegno di legge), in alcune regioni – Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte e Lombardia – questa antica pratica orientale può essere erogata presso ambulatori pubblici. All’ospedale di Pitigliano (Grosseto) i pazienti oncologici possono scegliere di utilizzare l’agopuntura come aiuto per contrastare gli effetti collaterali della chemioterapia.

Ma funziona veramente? Nonostante i numerosi studi clinici, il dibattito scientifico attorno alla validità di questa pratica resta aperto. Un punto di incontro – rassicurante - sembra essere la mancanza di effetti nocivi; i dubbi, invece, riguardano la possibilità che i benefici, quando riscontrati, siano dovuti al condizionamento psicologico del paziente, il cosiddetto effetto placebo. 

Gli studi clinici controllati si basano sul confronto, su gruppi di pazienti diversi,  degli effetti di farmaci o pratiche mediche con l’esito della cura convenzionale (se esistente), della mancanza di trattamento e del placebo. Quest’ultimo è un trattamento inerte, “finto”, a cui –  senza saperlo  – è sottoposto il paziente al fine di valutarne il condizionamento causato dalle aspettative della cura.

Diversi studi effettuati a questo proposito hanno evidenziato che la simulazione dell’agopuntura è efficace tanto quanto l’agopuntura tradizionale nel contrastare il dolore cronico o la nausea: ultimo, in ordine di tempo, è  lo studio effettuato presso l’Osher Centre di medicina integrata dell’istituto Karolinska (Svezia), condotto da Anna Enblom e pubblicato su Plos One.

I ricercatori svedesi hanno effettuato uno studio clinico su 262 pazienti oncologici per valutare la capacità dell’agopuntura - vera o simulata - di contrastare, rispetto al trattamento farmacologico standard, la nausea indotta da radioterapia. Fra i pazienti, per tre sedute a settimana, 99 sono stati sottoposti ad agopuntura tradizionale, introducendo aghi e stimolando i punti indicati dalla medicina cinese; 101, invece, sono stati trattati con aghi finti, non appuntiti, che non possono penetrare la pelle e poggiati in punti del corpo che la tradizione non considera importanti per la cura della nausea. 62 pazienti, infine, sono stati trattati con i soli farmaci.

I risultati hanno indicato che l’agopuntura e l’“idea” di agopuntura sono, in ugual misura, più efficaci dei soli farmaci nel contrastare gli effetti collaterali della radioterapia. I pazienti sottoposti ad agopuntura e trattamento placebo hanno risposto in maniera del tutto simile: il 37% ha avuto nausea e il 7% vomito; il gruppo che ha ricevuto la cura farmacologica convenzionale, invece, ha sofferto maggiormente di nausea  (63%) e vomito (15%).

Ma allora funziona o non funziona? Secondo Anna Enblom “la mitigazione degli effetti collaterali della radioterapia non deriva dalla pratica dell’agopuntura in quanto tale, ma dalle aspettative positive del paziente e le maggiori attenzioni ricevute. In fin dei conti la domanda non dovrebbe essere se sottoporre i pazienti ad agopuntura abbia un effetto rispetto alla simulazione del trattamento, ma se la pratica – vera o simulata – possa alleviare la nausea in pazienti oncologici”.

Effetto placebo e agopuntura, gli studi in Italia

In Italia, presso il CNR, è attiva la ricerca relativa agli effetti biologici dell’agopuntura. In particolare, anni fa, i media hanno dato grande rilevanza al lavoro frutto della collaborazione fra Gabriele Biella (Istituto di Bioimmagini e Fisiologia molecolare del CNR) e Giulio Pellegata (allora medico agopuntore presso il San Raffaele di Milano, oggi libero professionista). Nel loro studio, pubblicato su NeuroImage, hanno analizzato gli effetti dell’agopuntura sul cervello: utilizzando la tomografia ad emissione di positroni (PET), hanno osservato che la pratica coinvolge le stesse aree cerebrali attivate dal dolore, teorizzando che questa sovrapposizione di segnali sia tale da impedire la decodificazione del messaggio “ho dolore” da parte dell’organismo.

Giulio Pellegata spiega che “a differenza di quello di Anna Enblom, il nostro lavoro non è stato uno studio clinico; il confronto fra trattamento tradizionale e quello placebo è stato fatto su uno stesso individuo. Abbiamo così potuto osservare che, rispetto a quella simulata, l’agopuntura vera attiva aree del cervello più ampie. Dagli ultimi studi clinici, però, emerge come l’agopuntura abbia un potente effetto placebo, e questo rende difficile valutare con precisione l’esito clinico della pratica in quanto tale nei pazienti”. 

Un altro problema per questi studi è rappresentato dal fatto che, fra gli stessi ricercatori, non c’è accordo sulle modalità di somministrazione del metodo placebo. In alcuni casi, ad esempio, si fa uso di veri e propri aghi inseriti per un tempo molto breve in punti del corpo vicini a quelli indicati dalla tradizione. Altri ricercatori, invece, sostengono che l’unico controllo per gli studi sull’agopuntura sia l’assenza del trattamento. Pensano, infatti, che l’inserimento o la pressione di aghi (veri o finti) non possa essere considerato un trattamento inerte ma che rappresenti comunque una stimolazione sensoriale.

Se funziona va bene: sembra questa l’unica conclusione a cui si è giunti finora. Mentre la ricerca sulla validità scientifica dell’agopuntura prosegue e in molti si interrogano su quanto sia lecito investirvi denaro pubblico, per chi ne fa uso, forse, quello che è importante è che gli effetti del trattamento siano utili, indipendentemente dal fatto che siano causati da fattori biologici o dal condizionamento psicologico.

Riferimento PlosOne: http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0014766

Intanto il 18 Maggio, a Bologna, si terrà un convegno proprio su questo tema.

QUI per informazioni. 

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