medicina tradizionale cinese, al microscopio

25-07-2011

Internazionale - la rivista che ogni settimana pubblica il meglio dei giornali di tutto il mondo – dedica la copertina del numero di questa settimana a La Medicina del Futuro,  un articolo di David H. Freedman, giornalista di The Atlantic

 La ricerca dimostra che le medicine alternative – dall’omeopatia all’agopuntura – hanno un effetto placebo. Nella pratica però, fanno stare meglio molte persone. E sempre più medici sono pronti ad accoglierne alcuni principi.

Negli ultimi anni numerosi centri di ricerca medica integrata (che combina pratiche “alternative” con quelle della medicina ufficiale) sono spuntati in tutti gli Stati Uniti e molti sono legati ad importanti istituzioni universitarie, tra cui Harvard e Yale. Tutto questo nonostante la diffidenza e le critiche di molti (tra cui Steven Salzberg, professore alla John Hopkins School of Medicine e autore del blog Genomics, Evolution and Pseudoscience), contrari al finanziamento di questi centri con soldi pubblici.

L’articolo di Freedman affronta in particolare il tema del potere dell’effetto placebo. “È stato dimostrato che cure alternative come l’agopuntura tendono a produrre un effetto placebo più forte della semplice assunzione di pillole di zucchero, probabilmente perché i trattamenti alternativi sono più ritualizzati e aumentano le aspettative dei pazienti. In altre parole,  i medici alternativi sono più bravi a “vendere” l’effetto placebo…” 

TOSSICO SOLO PER LE CELLULE TUMORALI: È IL SULFORAFANO, COMPOSTO DERIVATO DAI BROCCOLI

Confermate le proprietà anti-tumorali dei vegetali cruciferi: il sulforafano – composto di cui sono ricchi – agisce selettivamente sulle cellule del tumore, eliminandole. Lo studio è dei ricercatori del Linus Pauling Institute

Ci è stato ripetuto molte volte: mangiare broccoli fa bene. Non è nuova, infatti, la notizia che un composto derivato da questo vegetale - il sulforafano (SFN) - abbia proprietà anti-tumorali. Oggi però, lo studio pubblicato su Molecular Nutrition and Food Research e condotto da Emily Ho del Linus Pauling Institute (USA) dimostra che SFN agisce in maniera selettiva, eliminando le cellule del tumore senza danneggiare quelle sane; una caratteristica, questa, molto ricercata nelle terapie oncologiche. 

Secondo la Medicina Tradizionale Cinese i broccoli - fonte di antiossidanti e di fibre - aiutano a prevenire i tumori dello stomaco e del colon; sarebbero inoltre efficaci nel contrastare le malattie cardiache

In passato, diversi studi hanno dimostrato che SFN inibisce la crescita delle cellule tumorali attraverso meccanismi epigenetici, meccanismi, cioè, che regolano l’espressione dei geni. (QUI per un articolo di approfondimento sull’Epigenetica). In particolare, il composto derivato dai broccoli inibisce l’attività delle Istone deacetilasi (HDAC), un gruppo di enzimi che regolano il grado di avvolgimento del DNA attorno a proteine chiamate, appunto, istoni. Il maggiore o minore compattamento del DNA attorno agli istoni determina la minore o maggiore accessibilità da parte di proteine deputate alla “lettura” dei geni e quindi alla loro espressione.

La funzione delle HDAC è di rimuovere gruppi acetile (carichi negativamente) dagli istoni, questo espone la carica positiva di tali proteine e accentua la forza attrattiva fra queste e il materiale genetico, carico negativamente; i geni presenti in tale porzione di DNA - così avvolta e compatta attorno agli istoni – rimangono “spenti”, non sono cioè espressi nella cellula. L’attività delle HDAC è perciò responsabile dello spegnimento dei geni. Al contrario, le molecole che inibiscono le Istone deacetilasi (e quindi garantiscono la presenza dei gruppi acetile) annullano la carica positiva degli istoni e causano una forza repulsiva fra questi e il DNA; il materiale genetico – meno compatto - diviene così più accessibile e i geni sono “accesi” (espressi). L’inibizione delle HDAC – ad esempio ad opera di SFN - esercita quindi un meccanismo epigenetico di accensione dei geni.

Gli inibitori delle HDAC sono una classe di molecole molto studiate per le loro potenziali applicazioni in campo oncologico: potrebbero, infatti, essere utilizzati per ri-accendere geni necessari a reprimere la proliferazione cellulare (onco-soppressori), la cui mancata espressione è causa di tumori. 

Emily Ho e colleghi hanno trattato con uguale quantità di SFN cellule derivate da tessuto sano e da tessuto di tumore alla prostata. In seguito, hanno osservato gli effetti sull’attività delle HDAC, sulla proliferazione e sulla sopravvivenza cellulare. Nelle cellule derivate dal tumore, SFN ha indotto l’inibizione di determinate HDAC, la ri-accensione di geni necessari per fermare la proliferazione e, infine, la morte delle cellule (apoptosi). Al contrario, nelle cellule derivate da tessuto sano il composto presente nei broccoli non ha causato alcun cambiamento dell’espressione genica e le cellule sono sopravvissute. In conclusione, SFN è tossico per le cellule del tumore alla prostata, ma non per quelle sane.

I meccanismi attraverso i quali SNF agisce selettivamente sulle cellule tumorali sono ad oggi sconosciuti. Questa ricerca, però, indica come il composto derivato dai broccoli possa essere uno strumento utile alla prevenzione del cancro e nelle terapie oncologiche.

Riferimento: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21374800

DAL TÈ VERDE UN POSSIBILE AIUTO CONTRO LE MALATTIE AUTOIMMUNI

Le catechine – composti di cui il tè verde è abbondante – stimolano la produzione di cellule che proteggono l’organismo dall’autoimmunità. Questo avviene attraverso un fenomeno epigenetico, ovvero un meccanismo di controllo dell’espressione genica. Lo studio è pubblicato su Immunology Letters

L’epigallocatechina (EGCG) è una sostanza di cui il tè verde è ricco: necessaria alla pianta per allontanare microbi patogeni, le vengono anche attribuiti effetti benefici per la salute dell’uomo. Un team di ricercatori del Linus Pauling Institute dell’Università dell’Orgegon (USA) ha dimostrato che questo composto naturale aumenta la produzione di linfociti T regolatori, cellule del sangue essenziali per il controllo della risposta immunitaria e la soppressione di malattie autoimmuni. La ricerca, condotta da Emily Ho, è pubblicata su Immunology Letters.

Il sistema immunitario è formato da diverse tipologie di cellule; fra queste, i linfociti T regolatori (Treg) permettono di contrastare l’attacco da parte di agenti “estranei” senza che sia danneggiato ciò che è proprio all’organismo (“self”). Per questo motivo un deficit di cellule Treg può determinare fenomeni di autoimmunità, come le allergie, l’artrite reumatoide, il diabete giovanile o la sclerosi multipla.

I linfociti T regolatori derivano da un processo di maturazione di cellule del sangue indifferenziate; questo culmina con l’espressione di un fattore proteico, Foxp3, la cui produzione - importante per la funzionalità cellulare - necessita di una fine regolazione: questa avviene attraverso un fenomeno epigenetico, un meccanismo, cioè, di modulazione dell’espressione dei geni che opera senza modificare la sequenza del DNA. I fenomeni epigenetici sono dettati da ambiente e comportamenti: la dieta, il fumo, il consumo di alcol e lo stress imprimono un marchio sui geni (epi in greco significa sopra) determinandone la maggiore o minore espressione (qui per un articolo di approfondimento sull’Epigenetica).

Nel caso di Foxp3 si verifica un processo di metilazione del DNA esercitato dalla proteina DNA metil transferasi (DNMT) che, appunto, trasferisce gruppi chimici metile sulla porzione di DNA necessaria alla decodificazione del gene, rendendolo meno accessibile alla lettura e quindi spegnendo - “silenziando” – la sua espressione. Ne consegue una limitata  produzione di cellule Treg. I ricercatori dell’Università dell’Oregon - attraverso esperimenti in vitro e in vivo - hanno dimostrato che l’assunzione del composto derivato dal tè verde da parte delle cellule inibisce DNMT e garantisce così la lettura ed espressione del gene Foxp3, con la conseguente formazione di linfociti T regolatori.

Trattando cellule T propagate in laboratorio (cellule Jurkat) con EGCG, Emily Ho e colleghi hanno osservato la riduzione dell’attività di DNMT e l’aumento dell’espressione di Foxp3. In seguito, hanno alimentato topi di laboratorio con integratori a base del composto naturale e osservato l’aumento della produzione di Treg nella milza e nei linfonodi degli animali.

La regolazione epigenetica – dice Emily Ho – è sfruttata per stimolare la produzione dei linfociti Treg come terapia nelle patologie autoimmuni:  al momento sono prescritti farmaci il cui principio attivo (ad esempio la deossicitidina) inibisce la metilazione del DNA e permette l’espressione di Foxp3. Questi farmaci, però, sono tossici, soprattutto se assunti per lungo tempo. Sebbene siano necessari ulteriori studi per comprendere a fondo il meccanismo di azione di EGCG e valutarne la sicurezza per l’uomo, questo composto naturale estratto dal tè verde sembrerebbe fornire un’alternativa efficace nel trattamento delle malattie autoimmuni.

 Riferimento: Induction of regulatory T cells by green tea polyphenol EGCG – Immunology Letters May 2011



SINTESI E PROPRIETÁ DELLA CONOLIDINA, ANALGESICO NATURALE

La conolidina, sintetizzata dal gelsomino crespo, è un analgesico efficace quanto la morfina ma privo di effetti collaterali. La ricerca su Nature Chemestry

Sintetizzata per la prima volta in laboratorio dalla corteccia di Tabernemontana Divaricata (il gelsomino crespo) una molecola che sembra indirizzare verso la progettazione di nuovi farmaci contro il dolore: è la conolidina. La ricerca – condotta da Glenn Micalizio dello Scripps Research Institute in Florida (USA) – è pubblicata di Nature Chemestry.

Attualmente ai pazienti sofferenti sono prescritti farmaci analgesici oppioidi, come la morfina. Questi agiscono su dei recettori specifici a livello del sistema nervoso e bloccano il rilascio di neurotrasmettitori, inibendo così la trasmissione del messaggio “dolore”. Questa potente azione analgesica è accompagnata però da effetti collaterali: euforia seguita da sonnolenza, difficoltà respiratoria, nausea, costipazione e, soprattutto, dipendenza e assuefazione. Per questo motivo è necessario studiare nuove strade per la terapia contro il dolore.

La medicina tradizionale cinese utilizza il gelsomino crespo per la cura di infiammazioni e del dolore: le foglie di questa pianta vengono macerate per ricavare sostanze anti-infiammatorie, mentre la radice può essere direttamente masticata per contrastare il male ai denti. Fino ad oggi è stato però difficile estrarre la conolidina, il principio attivo della pianta.

“Finora si potevano estrarre dal gelsomino dolo minime quantità di conolidina”  spiega Micalizio. Oggi il team di scienziati statunitensi è riuscito a superare il problema di sintesi chimica e, attraverso un procedimento di nove passaggi di purificazione, ha sintetizzato la molecola in quantità sufficiente per poterne studiare le caratteristiche e il possibile impiego terapeutico.

I ricercatori hanno osservato che la conolidina è efficace tanto quanto la morfina nel contrastare il dolore indotto su un modello animale (ratti di laboratorio). Inoltre, il comportamento dei ratti sembra indicare l’assenza di effetti collaterali, come l’euforia seguita da sonnolenza, il vomito e i problemi respiratori.

Al momento, Micalizio e colleghi sono al lavoro per capire il meccanismo di azione della conolidina: per ora hanno potuto testare la molecola su 55 diversi recettori nervosi (tra cui quelli su cui agisce la morfina) nessuno dei quali è risultato riconoscerla.

Prima di poter studiare nuovi farmaci analgesici a base di conolidina che possano sostituire in maniera efficiente la morfina, occorre quindi investigare le modalità di azione di questo composto chimico e anche gli effetti sull’uomo attraverso studi clinici controllati.

Riferimento: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21602859

La quota di anziani che si rivolge alle medicine complementari non è irrisoria. Occorre però valutare assieme al medico il rischio di “incroci” pericolosi con altri farmaci… (Dal Corriere della Sera Salute)

INSUFFICIENZA CARDIACA: IL TAI CHI FA BENE

La pratica del Tai chi migliora la qualità della vita e l’umore in pazienti affetti da insufficienza cardiaca cronica, uno studio clinico effettuato a Harvard

Caterina Cenci

Doppio vantaggio per la salute fisica e spirituale. Lo promette un’antichissima pratica di origine cinese che combina movimenti lenti e armonici con la respirazione coordinata: è il Tai chi chuan (o Tai chi). L’esercizio di questa disciplina migliora la qualità della vita, l’umore e la sicurezza del movimento in pazienti affetti da insufficienza cardiaca sistolica cronica. Lo studio – pubblicato su Archives of Internal Medicine – è stato condotto da Gloria Yeh della divisione di Medicina Generale di Harvard, Boston.

Se ne parlava già nel Huangdi Neijing, il più antico testo di medicina esistente al mondo: risalente al terzo secolo a.C., il libro tratta i principi fondamentali della medicina cinese e indica che il Tai chi, “esercizio di meditazione in movimento”, aiuterebbe a mantenere uno stato di salute psico-fisico e a prevenire l’insorgere di malattie endemiche.

Sono passati tre millenni e oggi si continua a parlare di Tai chi. Riviste scientifiche pubblicano i risultati di studi clinici che confermano le proprietà benefiche di questa pratica orientale, soprattutto per gli anziani. Il Tai chi, infatti, migliora il loro equilibrio fisico e previene le cadute; è, inoltre, sicuro, efficace e può migliorare la qualità della vita e la prevenzione dell’osteoporosi in donne in menopausa (QUI per l’articolo pubblicato a gennaio su questo blog).

Da oggi il Tai chi è consigliato anche a coloro che soffrono di insufficienza cardiaca sistolica cronica, una sindrome che colpisce in modo particolare le persone anziane e  comporta l’inadeguata circolazione del sangue e la difficoltà respiratoria. Le persone che ne sono affette sono fragili, debilitate e soffrono di depressione e disturbi dell’umore. Per questi pazienti l’attività fisica – seppur moderata – deve essere svolta sotto attento controllo medico.

Gloria Yeh ha analizzato gli effetti della pratica del Tai chi su 100 pazienti affetti da insufficienza cardiaca. Nello studio clinico, della durata di un anno, 50 pazienti hanno seguito lezioni di Tai chi per 2 volte a settimana, il resto del gruppo, invece, ha impiegato il tempo in attività in cui non era previsto alcuno sforzo fisico. In entrambi i casi, è stato monitorato il consumo di ossigeno dopo una passeggiata di 6 minuti, e -  attraverso uno specifico questionario – i cambiamenti di umore e la percezione della qualità della vita.

La pratica del Tai chi non ha determinato alcun effetto – positivo o negativo - sulla capacità aerobica dopo la passeggiata; indicando che l’esercizio non comporta miglioramenti, o rischi, per le condizioni di salute fisica dei pazienti. Il Tai chi ha però causato importanti cambiamenti nella qualità della vita e nell’umore di coloro che lo hanno praticato. A differenza degli altri pazienti, infatti, questi hanno manifestato entusiasmo, volontà e sicurezza nel proseguire le lezioni al termine dello studio clinico.

Il Tai chi è quindi un’attività non pericolosa per la salute e può essere consigliata agli anziani e a chi soffre di malattie croniche debilitanti che condizionano negativamente la qualità della vita.

Link: AL PARCO PER PRATICARE TAI CHI

Riferimento: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21518942

IL PARERE DEL GERIATRA: NON SOLO TAI CHI

L’attività fisica su misura che – oltre all’umore – fa bene alla salute fisica

Antonio Sgadari è geriatra presso il Centro di Medicina dell’Invecchiamento del Policlinico Gemelli di Roma. Specializzato in malattie cardiovascolari tipiche dell’età avanzata, è responsabile del Centro Fitness per anziani presso la struttura ospedaliera

Professore Sgadari, è sicuro praticare un’attività fisica, come il Tai chi, se si è affetti da sindrome di insufficienza cardiaca sistolica cronica?

Per la maggior parte di questi pazienti svolgere attività fisica moderata sotto controllo medico è sicuro e anche consigliato. Il Tai chi però non è l’unica soluzione possibile, né la migliore. Rainer Hambrecht, della divisione di cardiologia dell’Università di Lipsia, ha condotto numerosi studi clinici che dimostrano come un’attività fisica aerobica - ad esempio la cyclette – possa avere importanti effetti benefici, non esclusivamente sul miglioramento dell’umore e della qualità della vita (come è il caso del Tai chi), ma - sulla base di parametri oggettivi - anche sulla capacità respiratoria di coloro che la praticano.

Che tipo di programma avete studiato per i cardiopatici presso il Centro Fitness anziani del Gemelli?

Il Centro ha studiato dei protocolli di allenamento che prevedono l’attività aerobica, come la camminata o la cyclette, associata anche a una piccola quota di esercizi volti a potenziare la forza muscolare. Per i pazienti affetti da insufficienza cardiaca, o cardiopatie di altro tipo, sono previsti dei regimi di fitness individuali, fatti su misura, in base alle necessità e ai parametri fisiologici. La pratica del Tai chi non ne fa parte, non per una preclusione di fondo, ma perché preferiamo che i pazienti, oltre a trarre benefici psicologici – importantissimi – traggano anche benefici oggettivi per la loro salute fisica.


AL PARCO PER PRATICARE TAI CHI

Il Tai chi fa bene all’umore ed è di moda, soprattutto se praticato a contatto con la natura. E così i parchi di molte città asiatiche si riempiono di persone che – in gruppo e per i loro movimenti sincronizzati e lenti - attirano l’attenzione dei turisti passanti. Ma il Tai chi è da tempo divenuto popolare anche in occidente, non solo presso la comunità cinese: Washington Park e Golden Gate Park a San Francisco, sono solo due esempi di luoghi dove i cittadini si riuniscono per praticare i loro esercizi quotidiani (Qui per un video). In Italia, dove cresce il numero di persone che si avvicinano a questa disciplina orientale, la International Tai chi Chuan Association, I.t.a.a.c – Italia, organizza corsi di diversi livelli, anche nei parchi cittadini: a seguirli – dice il Caposcuola Carlo Lopez - non sono solo anziani, ma persone di ogni età e ceto sociale.

 

Fitoterapia. TUMORI PIÙ SENSIBILI ALLA CHEMIO CON LA CURCUMINA

La curcumina – la spezia che determina il colore giallo del curry – migliora l’efficacia del trattamento chemioterapico nella cura del cancro alla testa e al collo. Uno studio dell’Università del Michigan

L’assunzione di spezie con l’alimentazione, o attraverso l’utilizzo di integratori alimentari, può interferire con i trattamenti a base di farmaci, potenziandone o inibendone gli effetti (QUI per l’articolo pubblicato su questo blog a febbraio).

Diversi studi indicano che la curcumina – il componente più significativo del curry – rende più efficaci gli effetti dei chemioterapici perché ne inibisce il rapido metabolismo. Oggi, Thomas Carey – Università del Michigan (USA) – ha dimostrato che FLLL32, un costituente derivato da questa spezia, agisce in concerto con un farmaco chemioterapico – il cisplatino – amplificandone la capacità di indurre l’eliminazione delle cellule cancerose derivate da tumori orofaringei. La ricerca è pubblicata su Archives of Otolaryngology – Head and Neck Surgery.

La curcumina deriva dalla radice della pianta Curcuma longa.  Diverse culture asiatiche ne fanno un uso – oltre che alimentare – medico: la medicina cinese usa la spezia per il trattamento di problemi epatici, alla cistifellea e per le emorragie.

 Il cisplatino è un farmaco utilizzato nelle chemioterapie per eliminare le cellule maligne attraverso l’induzione  di apoptosi – o morte cellulare. Non tutti i tumori, però, sono sensibili all’azione del cisplatino; inoltre, questo farmaco ha effetti collaterali come nausea, vomito, alterazioni della funzionalità epatica e renale. Questi sono direttamente proporzionali alla dose utilizzata per la cura. Per questi motivi, la comunità scientifica è alla ricerca di agenti in grado di abbassare la tossicità del farmaco e allo stesso tempo rendere vulnerabili le cellule maligne resistenti.

Carey ha analizzato gli effetti del cisplatino – da solo o in presenza di FLLL32 – sulla sopravvivenza di due tipi cellulari mantenuti in laboratorio e derivati da tumori della testa e del collo. Nel primo tipo di cellule – normalmente sensibili all’azione del cisplatino – la presenza del derivato della curcuma ha indotto la morte cellulare, questo è avvenuto nonostante l’utilizzo di dosi quattro volte più basse del chemioterapico rispetto a quelle usate nelle procedure standard. Nel secondo caso il trattamento con FLLL32 ha reso le cellule – di norma resistenti - sensibili all’apoptosi indotta da cisplatino. 

I ricercatori hanno poi studiato più a fondo il meccanismo di azione di FLLL32, osservando che la presenza del derivato vegetale determina l’inattivazione di una proteina, STAT3, che è espressa - e iperattiva -  nei tumori del collo e della testa ed è causa della proliferazione cellulare e resistenza all’apoptosi indotta da farmaci proprie di questa patologia.

Il lavoro di Carey indica che la curcumina è efficace nel potenziare l’azione dei chemioterapici nel trattamento del cancro della testa e del collo. Potrebbe quindi essere usata nella cura di tumori resistenti al farmaco o per abbassarne la dose e quindi la tossicità. Restano però da studiare gli effetti del duplice trattamento – FLLL32 e cisplatino – nell’uomo.

Riferimento: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21576562

 

L’Università di Milano-Bicocca ha rilasciato il bando per l’iscrizione al Master nei sistemi sanitari nelle medicine tradizionali e non convenzionali. 

Il corso propone di analizzare e comprendere gli elementi alla base delle due medicine nelle loro diverse articolazioni. 

Proponenti: Professoresse Carla Facchini e Mara Tognetti

Scadenza Bando: 6 Luglio 2011

Dal primo maggio entra in vigore la Direttiva Ue che disciplina l’uso delle erbe officinali. Cambiano i tempi, i modi e i requisiti che devono avere i prodotti della medicina cinese, ayurvedica, tibetana. La discussione impazza sul web, dove in molti si preoccupano per la scomparsa di medicinali ed integratori alimentari a base di estratti vegetali

di MARIAPAOLA SALMI  La Repubblica